Lo psicologo Paul Watzlawick affermava che Non si può non comunicare. E capiamo bene quanto la comunicazione sia essenziale nel lavoro sociale, in particolare il modo con cui si comunica. Ecco perché Teresa Bertotti, Luca Fazzi e Angela Rosignoli hanno scelto la comunicazione come terza competenza chiave del servizio sociale.

Il primo elemento a cui dobbiamo stare attenti quando si comunica in ambito sociale è il dialogo inteso come metalogo, ovvero utilizzare i dati oggettivi non incasellandoli in teorie di riferimento ma in modo euristico. Detto in parole semplici, è importante non utilizzare teorie o terminologie tecniche nel colloquio con le persone, ma cercando di far emergere i concetti aiutando la persona a rielaborare le proprie stesse parole, con un linguaggio semplice e accessibile.

Il secondo elemento di cui bisogna tenere conto è che il linguaggio è un sistema di pensiero. Usare una terminologia piuttosto che un’altra, implica infatti “creare” una situazione invece che un’altra. (per approfondire sul tema, ho trovato molto interessante questo articolo). A riguardo, gli studiosi parlano di plain language, ovvero di un tipo di linguaggio democratico, che riesca ad adattarsi ai diversi soggetti che ci si può trovare davanti. Anche il setting risulta essenziale.

Il terzo elemento da considerare è l’empatia, sapendo mettere sullo stesso piano il sapere del professionista e quello della persona. Per essere empatici non bisogna mettersi nei panni dell’altro, ma saper riconoscere l’altro come degno di una conoscenza e di una identità propria, che va saputa rispettare.

Il quarto e ultimo elemento riguarda il fatto che per vedere una persona ce ne vogliono due. In questo senso si intende che per potersi prendere cura dell’altro è importante fare autoanalisi, dato che buona parte della nostra comunicazione (circa il 70%) avviene in modo paraverbale e non verbale.

La comunicazione non è quello che diciamo, bensì quello che arriva agli altri.

Thorsten Havener