Buon mercoledì! Sabato mi sono imbattuta, su Facebook, nell’articolo de L’Espresso sul tema delle REMS, ovvero delle strutture che hanno sostituito gli Ospedali psichiatrici giudiziari, finalizzate a accogliere persone affette da disturbi mentali che hanno commesso un reato e istituite con la legge 9/2012 e la legge 81/2014. All’interno della REMS possono essere accolte massimo venti persone, e lavora un’equipe composta da psichiatri, psicologi, OSS, assistenti sociali, infermieri, educatori/terapisti alla riabilitazione e personale amministrativo, la quale si occupa di predisporre un programma terapeutico individuale. A tal proposito, L’Espresso spiegava:

Per due anni Giacomo Seydou Sy, 28 anni, italiano, con problemi psichiatrici, è stato trattenuto illecitamente nel carcere romano di Rebibbia. Affetto da disturbo bipolare e della personalità nel 2019 è stato accusato di molestie all’ex fidanzata, resistenza a pubblico ufficiale, percosse e lesioni. Così il gip di Roma lo ha indirizzato a una Rems, cioè una Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza, le strutture che dal 2014 hanno sostituito gli Ospedali psichiatrici giudiziari.
Nel caso di Giacomo Sy il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria non aveva trovato posto nelle Rems. Il giovane era stato quindi trattenuto in carcere. Per due anni. Il caso di Giacomo Sy non è il solo e come conferma la Corte Costituzionale, ci sono almeno sessanta persone in questa situazione, ma potrebbero essere molte di più.
Il 27 gennaio di quest’anno la Corte Costituzionale ha emesso un giudizio con cui accende un faro sul cortocircuito che si scarica sulle persone con disturbo mentale. Sono colpevoli di aver commesso un crimine e avrebbero diritto alla cura, invece finiscono in un limbo fra carcere e reparti di psichiatria, da cui rischiano di non uscire più.
Una legge del 2014 dice che queste persone devono essere curate e riabilitate sfruttando la rete territoriale di servizi di salute mentale, nati nel 1978 grazie alla #leggebasaglia . Solo nei casi in cui la persona autrice del crimine rischia di essere pericolosa per la comunità, il magistrato può disporre il ricovero in una Rems. Le Residenze, nate nel 2015, sono luoghi chiusi il cui obiettivo è curare la fase acuta della malattia e riabilitare il paziente. Tuttavia i posti nelle Rems scarseggiano, non perché siano troppo pochi, piuttosto perché chi ci entra difficilmente ne esce: l’assenza di strutture assistenziali locali, di centri diurni o abitazioni ad hoc, ne rende impossibile la dimissione.

Come ricorda l’Associazione Antigone, al 30 novembre 2021 nelle 31 REMS sparse in tutta Italia erano 551 le persone detenute, il dato più basso della storia delle misure di sicurezza detentive dal Dopoguerra ad oggi. La legge del 2014 sottolinea come la misura della REMS debba essere temporanea e finalizzata al reinserimento nella società, attraverso anche il supporto e la rete delle strutture sociali e sanitarie del territorio. A quanto raccontato nell’inchiesta de L’Espresso, però, il dato basso sopra riportato non rappresenta l’efficienza di questo reinserimento. Il rischio è una malagestione della deistituzionalizzazione, come avvenuto in molte realtà a seguito della Legge Basaglia.

Il tema è estremamente ampio. Se siete interessati, vi consiglio la lettura del XVIII rapporto sulle condizioni di detenzione curato dall’Associazione Antigone, in cui ampio spazio è dato anche alla salute mentale e ai REMS: https://www.rapportoantigone.it/diciottesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/salute-mentale/